Day 565

Se ti dicessero che 2+2 facesse 5…

Ci sono giorni in cui la vita nel suo quotidiano crea dei controsensi che ti lasciano a metà strada. Come se fossero dei “bug” di programmazione.
Come degli ipotetici asini in un paradosso di Buridano.
Se c’è una cosa che mi crea contrasto interiore non è non avere risposta, ma averne più di una e non essere in grado di capire quale sia quella più corretta. Oppure meno sbagliata.
Non è il bivio. Non è la scelta. E’ limitare i danni.
Provo a entrare nello specifico: nel giro di un mese ho guardato il film “Foreverland” di Max McGuire, in lingua originale perché non è mai arrivato in Italia. E ,poiché quasi obbligato da fattori esterni, l’ultima puntata di Braccialetti Rossi 3, forse è stata proprio la combo di queste due cose che mi ha spinto a questo interrogativo. Forse inutile, sicuramente riflessivo.
Entrambi i video vogliono forse parlare dello stesso argomento, anche se nella forma le basi di partenza sono diverse, salvo poi essere uguali nella sostanza.
Il film, di cui posso parlare meglio, mostra la vita di un ragazzo, di appena 20 anni o poco più, che consapevole della sua malattia, la fibrosi cistica, vive le sue giornate a metà tra la forza di volontà che ti porta a sfinirti di medicine e fisioterapia per andare avanti, unito a un istinto di sopravvivenza che, secondo me, in questi casi tende ad accentuarsi ancora di più rispetto a un individuo per così dire “sano”, e l’altra metà di sé, quella che si abbandona al suo destino, rinunciando anche ai piccoli piaceri che la vita gli mette davanti, seppur frivoli, leggeri o momentanei. La sua vita cambia quando, ricevuta la notizia della morte di un suo amico, riceve un video con le sue ultime volontà nel quale chiede al protagonista di fare un viaggio di migliaia di chilometri per seppellire le sue ceneri nel tempio Do Sol in Messico. Il viaggio lo farà insieme alla sorella dell’amico che gli ha fatto questa richiesta e qui si sviluppa il film. Il film non racconta la verità e dà un pessimo esempio a chi, magari ancora giovane, inizia a prendere consapevolezza, in maniera diretta o meno, del mondo della fibrosi cistica o anche di qualsiasi altra malattia in generale. Non racconta la verità perché durante il viaggio il protagonista fa tutto ciò che un paziente affetto da fc non dovrebbe fare, dorme all’aperto dentro un bosco e poi in riva al mare d’inverno, consumato da freddo e umidità. Rinuncia alle sue cure quotidiane, fatto il salvo per un accenno di fisioterapia totalmente trascurabile, oltre a ulteriori mille inesattezze di carattere tecnico.

Ma la cosa che più di ogni altro ritengo sbagliata, è la mentalità dell’interprete del film che arriva forte e buca lo schermo. Lui intraprende questo viaggio perché non ha niente da perdere, come si evince dal sottotitolo del film che è in copertina, perché pensa che la sua sia una malattia terminale. Perché almeno vuole vivere quel poco che gli resta, fatto salvo il fatto che poi continua a vivere per altri 10 anni e per giunta riesce ad avere anche un figlio. Forse il regista, benché anche lui affetto da fc e quindi ancora più inspiegabilmente, non si è accorto però che così facendo ha toccato 2 punti fondamentali della vita di un paziente fc: le statistiche di età media e mortalità e, di conseguenza, l’esser genitori.
Sapere che la tua aspettativa di vita è 30 anni è una cosa che ucciderebbe il più forte dei pazienti. E’ un trauma che chi lo vive se lo porta dentro per tutta la vita. Ha senso sparare una palla di cannone così pesante in maniera diretta? Il film ha uno scopo educativo o punta solo alla conoscenza della patologia e a finanziare la ricerca, facendo leva sul pietismo della gente comune?

La stessa riflessione mi è nata anche guardando l’ultima puntata della fiction Rai. Non conosco bene quel mondo, dove la vita viene vissuta tra tumori o invalidità tipo la cecità.
Quello che conosco però è il grado di difficoltà di alcune situazioni e l’inesattezza degli ambienti ospedalieri, quantomeno alcuni.

Spesso si vedono queste produzioni destinate alla conoscenza di massa, nelle quali si tende a semplificare tutto, per portare uno spettatore alla comprensione delle difficoltà vissute da chi condivide magari il suo stesso posto di lavoro, il suo condominio o il bar che frequenta. Persone, insomma, che potrebbe incontrare ovunque nella vita di tutti i giorni, ma che si portano dietro un fardello più pesante della media. Quando si vuol far capire alcuni aspetti della vita, per alcuni impensabili, ha senso farlo nella maniera sbagliata? E’ giusto sacrificare parte della realtà per far si che non risulti troppo pesante e quindi assimilabile? E’ giusto romanzare una storia per ricavarne una trama strappalacrime? Anche a costo di risultare offensivi?

In sostanza: se per comprendere un po’ la matematica ti dicessero che 2+2 facesse 5, avrebbe senso studiarla?
La scelta sembra facile e la domanda retorica, ma non lo è. Ed io non so rispondere.
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