Day 334

La Numero 10

Ho sempre amato il calcio il maniera viscerale, dal basso proprio. In generale un po’ tutti gli sport, ma questo in particolare.
Non sono mai stato un bravissimo giocatore, sebbene sia sempre riuscito a cavarmela ogni anno. Ma la passione che fin da quando ero bambino è sempre stata dentro di me, nasceva dalla passione che vedevo in alcuni calciatori, nella loro voglia di imporsi, di rischiare, di sacrificarsi per un bene comune.
Spesso ci dimentichiamo che questo è solamente sport, da qui il degenero più totale di derive politiche, derive comportamentali, di gesti compiuti solo perché sotto l’occhio di un riflettore. Ma quando ci ricordiamo del vero valore dello sport, non è così insensato parlare di ”un bene comune”.
Lo sport ha cambiato il corso della storia, tante volte: l’oro olimpico di Smith nel ’68 e il suo ”potere nero”, le vittorie di Bartali durante l’attentato a Togliatti nel ’48.
Oppure lo sport è stato simbolo di rinascita e ispirazione per tanti, durante un periodo di difficoltà; io se devo pensare a un esempio di successo nella vita penso a Zanardi e alla sua voglia di riconquistare la sua vita dopo il terribile incidente in auto.
Ecco che con queste premesse non sono mai riuscito a considerare lo sport, solamente sport. Lo sport è qualcosa che cambia la vita di una persona. Ti eleva e ti forgia.
In tutto questo, come ho detto, lo sport che più di tutti mi ha sempre coinvolto è stato il calcio. E le sue storie, che sono celate dietro ogni evento a volte anche il più insignificante.
E come ogni sport, ma forse più di ogni sport, anche il calcio ha i suoi simboli, uno in particolare. La numero 10.
Chi ha giocato non può negare che quello sia qualcosa di speciale. Qualcosa di diverso dagli altri numeri. Quando hai 7 anni e vuoi iniziare a suonare la chitarra, è perché hai in testa o sei stato rapito dai riff di Keith Richards o di Hendrix, quando vuoi fare l’accademia di arte drammatica è perché i tuoi idoli sono stati attori che ti hanno fatto emozionare e che il mondo ha riconosciuto come meritevoli di un Oscar.
Lo stesso vale per il calcio. Quando uno inizia a tenere il pallone tra i piedi lo devi senza ombra di dubbio a quei giocatori che, anche loro col pallone trascinato da un piede all’altro, avevano qualcosa in più rispetto agli altri che ti rapisce. E molto spesso quel calciatore portava la numero 10.
Talmente spesso da farla diventare un’icona di fantasia e sregolatezza, di follia a cui tutti tendiamo per non ammettere di essere semplicemente mediocri.
Oggi ho letto che la nazionale al prossimo europeo, previsto in Francia a giugno, non porterà la sua numero 10, perché nessuno ha avuto il coraggio di indossarla. E’ un peccato, perché mancherà quello che è il simbolo di uno sport, in un momento in cui questo sport è ferito, drogato, annacquato dai soldi di scommesse e diritti tv. Avrebbe bisogno di riconquistare i tifosi, quei tifosi che vengono maltrattati costantemente e sacrificati sull’altare dello spettacolo che poi non riescono ad offrire. Perché un calcio senza tifosi presenti allo stadio, ma fatto di pseudo-allenatori da divano, è un calcio che lentamente sta morendo.
Un calciatore per riuscire a comunicare ciò che ha dentro ha bisogno di stimoli, che lo aiutino a tirare fuori ciò che è realmente, e questo stimolo parte proprio dai tifosi. Non esiste altro. Un calciatore che non ha contatto coi suoi tifosi, non è un vero calciatore, è solamente uno bravo con i piedi.
Partiamo alla volta dell’europeo e per la prima volta da quando esiste la nazionale, partiamo senza una stella. Senza un campione. Senza personalità.

WORLD CUP SEMI SOCCER

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