Day 565

Se ti dicessero che 2+2 facesse 5…

Ci sono giorni in cui la vita nel suo quotidiano crea dei controsensi che ti lasciano a metà strada. Come se fossero dei “bug” di programmazione.
Come degli ipotetici asini in un paradosso di Buridano.
Se c’è una cosa che mi crea contrasto interiore non è non avere risposta, ma averne più di una e non essere in grado di capire quale sia quella più corretta. Oppure meno sbagliata.
Non è il bivio. Non è la scelta. E’ limitare i danni.
Provo a entrare nello specifico: nel giro di un mese ho guardato il film “Foreverland” di Max McGuire, in lingua originale perché non è mai arrivato in Italia. E ,poiché quasi obbligato da fattori esterni, l’ultima puntata di Braccialetti Rossi 3, forse è stata proprio la combo di queste due cose che mi ha spinto a questo interrogativo. Forse inutile, sicuramente riflessivo.
Entrambi i video vogliono forse parlare dello stesso argomento, anche se nella forma le basi di partenza sono diverse, salvo poi essere uguali nella sostanza.
Il film, di cui posso parlare meglio, mostra la vita di un ragazzo, di appena 20 anni o poco più, che consapevole della sua malattia, la fibrosi cistica, vive le sue giornate a metà tra la forza di volontà che ti porta a sfinirti di medicine e fisioterapia per andare avanti, unito a un istinto di sopravvivenza che, secondo me, in questi casi tende ad accentuarsi ancora di più rispetto a un individuo per così dire “sano”, e l’altra metà di sé, quella che si abbandona al suo destino, rinunciando anche ai piccoli piaceri che la vita gli mette davanti, seppur frivoli, leggeri o momentanei. La sua vita cambia quando, ricevuta la notizia della morte di un suo amico, riceve un video con le sue ultime volontà nel quale chiede al protagonista di fare un viaggio di migliaia di chilometri per seppellire le sue ceneri nel tempio Do Sol in Messico. Il viaggio lo farà insieme alla sorella dell’amico che gli ha fatto questa richiesta e qui si sviluppa il film. Il film non racconta la verità e dà un pessimo esempio a chi, magari ancora giovane, inizia a prendere consapevolezza, in maniera diretta o meno, del mondo della fibrosi cistica o anche di qualsiasi altra malattia in generale. Non racconta la verità perché durante il viaggio il protagonista fa tutto ciò che un paziente affetto da fc non dovrebbe fare, dorme all’aperto dentro un bosco e poi in riva al mare d’inverno, consumato da freddo e umidità. Rinuncia alle sue cure quotidiane, fatto il salvo per un accenno di fisioterapia totalmente trascurabile, oltre a ulteriori mille inesattezze di carattere tecnico.

Ma la cosa che più di ogni altro ritengo sbagliata, è la mentalità dell’interprete del film che arriva forte e buca lo schermo. Lui intraprende questo viaggio perché non ha niente da perdere, come si evince dal sottotitolo del film che è in copertina, perché pensa che la sua sia una malattia terminale. Perché almeno vuole vivere quel poco che gli resta, fatto salvo il fatto che poi continua a vivere per altri 10 anni e per giunta riesce ad avere anche un figlio. Forse il regista, benché anche lui affetto da fc e quindi ancora più inspiegabilmente, non si è accorto però che così facendo ha toccato 2 punti fondamentali della vita di un paziente fc: le statistiche di età media e mortalità e, di conseguenza, l’esser genitori.
Sapere che la tua aspettativa di vita è 30 anni è una cosa che ucciderebbe il più forte dei pazienti. E’ un trauma che chi lo vive se lo porta dentro per tutta la vita. Ha senso sparare una palla di cannone così pesante in maniera diretta? Il film ha uno scopo educativo o punta solo alla conoscenza della patologia e a finanziare la ricerca, facendo leva sul pietismo della gente comune?

La stessa riflessione mi è nata anche guardando l’ultima puntata della fiction Rai. Non conosco bene quel mondo, dove la vita viene vissuta tra tumori o invalidità tipo la cecità.
Quello che conosco però è il grado di difficoltà di alcune situazioni e l’inesattezza degli ambienti ospedalieri, quantomeno alcuni.

Spesso si vedono queste produzioni destinate alla conoscenza di massa, nelle quali si tende a semplificare tutto, per portare uno spettatore alla comprensione delle difficoltà vissute da chi condivide magari il suo stesso posto di lavoro, il suo condominio o il bar che frequenta. Persone, insomma, che potrebbe incontrare ovunque nella vita di tutti i giorni, ma che si portano dietro un fardello più pesante della media. Quando si vuol far capire alcuni aspetti della vita, per alcuni impensabili, ha senso farlo nella maniera sbagliata? E’ giusto sacrificare parte della realtà per far si che non risulti troppo pesante e quindi assimilabile? E’ giusto romanzare una storia per ricavarne una trama strappalacrime? Anche a costo di risultare offensivi?

In sostanza: se per comprendere un po’ la matematica ti dicessero che 2+2 facesse 5, avrebbe senso studiarla?
La scelta sembra facile e la domanda retorica, ma non lo è. Ed io non so rispondere.
foreverland_poster_high_res-1400x820

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Day 539

La Vida Tombola

Ieri sera ti ho visto in campo, a 55 anni, ed ho avuto una specie di fitta al cuore.
Si perché vedi non sono riuscito a vederti giocare, ma ti ho vissuto a ritroso.
Quando ormai eri già un ex giocatore e a dirsela tutta non te la passavi neanche bene.
Ti ho vissuto in maniera contraddittoria, come fanno tutti, facendo quella ridicola scissione tra il calciatore e l’uomo.
Ho cominciato a conoscerti che te la prendevi con tutti. Tutti. Dalla FIFA e tutti i suoi presidenti, a tirare giù.
Metà delle volte criticandoti, l’altra metà offendendoti, ma sempre a bassa voce, senza sventolarlo troppo ai 4 venti con la speranza che tu realmente non potessi sentirmi, perché gli altri, quelli che ti hanno visto giocare, dicevano che tu sei la leggenda di uno sport, il MIO sport. E metti che mi fossi sbagliato su di te, immagina che figura ci avrei fatto.
Ho cominciato a conoscerti quando, davanti alla televisione, durante il primo mondiale vissuto da bambino di neanche 10 anni più o meno cosciente e più o meno consapevole di quello che stava vedendo, la polizia ti stava scortando fuori dal campo e mi hai fatto pensare:”e quello è il più grande di sempre?”
Poi cresco e inizio a giocare a calcio in maniera sempre più seria, più agonistica e ogni volta che facevo qualcosa di bello, o più facilmente qualcosa di straordinariamente catastrofico, il paragone era sempre con te, sia in negativo che in positivo. Al contrario in televisione durante le partite di calcio, quando qualche nuovo talento usciva, il paragone non era mai con te. Era con Van Basten, era con Platini, era con ogni mostro sacro del decennio o ventennio passato, addirittura anche con George Best, ma mai con te. Non ho mai sentito nessuno paragonare un calciatore a te e ne sono passati tanti.
Così arrivo intorno ai 16 anni, siamo già nel nuovo millennio e internet apre le porte a ogni tipo di file multimediale conosciuto. Oltre che a ogni tipo di informazione.
E allora ti vai a leggere la storia di quello che gli altri definiscono “il più grande di sempre”.
Ti vai a vedere quello che ha fatto e quando l’ha fatto. E vedi cose che anche solo descriverle è impossibile. E t’innamori.
T’innamori dei gol fatti con l’Inghilterra nel 1986. Entrambi, anche quello di mano, perché chiunque abbia fatto uno sport di squadra, sa che se si fosse trovato al suo posto avrebbe fatto lo stesso. Non mi piace chi fa il furbo in campo, ma la malizia fa parte del gioco e chi non lo capisce non ha mai praticato uno sport in maniera vincente.
T’innamori di quei gol fatti al volo da qualunque posizione del campo che va dal limite dell’area al calcio d’inizio, tre palleggi e tiro in porta.
T’innamori dello sguardo impotente di un portiere, che arrabbiarsi neanche vale la pena.
T’innamori di un dribbling secco e di un pallonetto fatto con la maglia del Boca jr. e del Barcelona.
T’innamori dell’inutilità di ogni difensore, che fosse da solo o a difesa schierata, di fronte ad un altro atleta che giocava con un piede solo, ma che nonostante questo era comunque superiore in quanto a talento, conoscenza del gioco e intuizione.
A volte mi sono chiesto come mai tu abbia usato un piede soltanto nella tua carriera, poi ho capito che forse è stato meglio così, pensa se tu avessi imparato a usarli entrambi che noia sarebbe stata.
E infine t’innamori ,e li lo fai perdutamente, quando vedi il gol alla Juventus, durante una punizione da dentro l’area di rigore.
E proprio quando pensi che non puoi innamorarti di più, trovi anche i video di quando eri bambino, di quando palleggiavi con un’arancia montando le scale di casa.

Sei una leggenda e ora ho capito perché.

Ho capito perché scindere l’uomo dal calciatore è semplicemente ridicolo. Hai vissuto sotto una pressione mediatica e popolare che nessuno prima di te ha mai avuto. E forse neanche dopo. Giocavi quando stavi bene ed eri superiore a tutti. Ti hanno obbligato a giocare quando stavi male ed eri comunque superiore a tutti.
Sei diventato un Dio nella città dei santi.
Sei diventato un Dio nel tuo Paese anch’esso religioso e devoto oltremisura.
Dove in entrambi i casi, la gente del luogo, vive di calcio in un moto costante e continuo di passione, sangue e cuore.

Ma si sono scordati, davanti al tuo talento, che un Dio non sei. Che non sei immortale e che anche te hai i tuoi punti deboli. I nostri sono chiusi nelle nostre stanze, i tuoi erano in piazza, alla mercé di tutti.
Abbiamo come idoli: Jimy Hendrix, Elvis, Jim Morrison, Michael Jackson, Janis Joplin, persone che hanno fatto degli eccessi il loro stile di vita e quando parliamo di musica non possiamo anche solo pensare a qualcosa di equiparabile a loro e poco importa se in vita erano un pessimo esempio per tutti. Con te però non ha funzionato così. Chissà perché. Con te si continua a fare le pulci all’uomo, come se fosse stato l’uomo a rendere famoso il calciatore e non viceversa.

Non importa cosa ti diranno in futuro, e forse non importa neanche a te, so solamente che quando provo a palleggiare con un pallone spero sempre un giorno di arrivare ad accarezzarlo come solo tu sei stato in grado di fare. Continuerai a dire la tua, a esprimerti dicendo quello che pensi come tutti, a volte dicendo qualche verità a volte qualche sfondone, perché alla fine sei un uomo. Un uomo che giocava dannatamente bene, ma un uomo.
Rimarrai sempre il grande rimpianto, di colui che è nato appena 10 anni dopo e che non è riuscito ad apprezzare la tua grandezza in diretta. Ma che alla fine ti è grato per ciò che hai trasmesso al mio sport.
Perché la Vita è una Tombola Diego e tu questo lo sai bene..
10-maradona-graffiti-buenos-aires-getty-7878635390

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Day 519

Colpa delle stelle?

Oggi leggo la notizia della scomparsa di Katie Prager. Che segue di qualche giorno quella di Dalton Prager. Il marito.
La loro storia è particolare e, se devo riassumerla in poche righe, come è giusto che sia parlando di due persone che non si conoscono, è qualcosa a metà tra l’amore, il destino e l’incoscienza.

L’amore:

perché i due si conoscono su facebook, parlano, si conoscono e si affezionano l’uno all’altra forse per i propri interessi, forse perché sono due caratteri simili o complementari, ma anche e soprattutto (a parer mio) perché entrambi lottano una loro battaglia, contro il nemico comune, dalla stessa parte della barricata. Il nemico comune ha un nome e un cognome: Fibrosi Cistica.
Sembra banale che due che hanno la stessa patologia abbiano, quantomeno, la scontatezza di trovarsi a lottare contro di questa nello stesso modo, dalla stessa parte. Non è così. Le interpretazioni e gli atteggiamenti mentali nei confronti di un ostacolo sono diversi per chiunque, in qualunque momento del giorno e della vita, in generale.

Il destino:

perché è difficile innamorarsi. E’ difficile per chiunque che sia malato, sano, folle, genio, stupido, bello, intelligente, stupido o riprovevole.
Ed è ancora più difficile quando ti senti in ritardo nei confronti della vita, quando il tuo senso di giustizia è minacciato dalla tua salute, quando la paura a volte avrebbe più senso di un’inspiegabile apparente tranquillità.
Eppure a loro è capitato. Nonostante la distanza, nonostante le paure, nonostante ogni cosa nell’universo provasse a spiegar loro che “quel matrimonio non s’ha da fare”. E loro come due moderni Renzo e Lucia hanno deciso che gli unici che potevano essere padroni delle loro scelte, potessero essere loro due e soltanto loro due.
Probabilmente fossero nati in un momento storico diverso avrebbero avuto maggiori difficoltà di incontrarsi, ma se c’è una cosa che una canzone come Samarcanda ci insegna, quando il destino ha deciso che quel giorno tocca a te, tocca a te. Che sia una cosa piacevole, che sia spiacevole o che sia una la maschera dell’altra. Semplicemente devi accettarlo e una cosa che loro hanno saputo fare è stato proprio questo.

L’incoscienza:

perché chi ha questa malattia lo sa. A volte ti senti privato delle cose più banali, a volte ti senti stanco senza motivo, a volte vorresti solo un attimo di pace, buttare fuori tutta l’aria e poi respirare a pieni polmoni. Non chiedi altro. Ma sai anche che non puoi. Allora cerchi una rivincita nelle cose di tutti i giorni, cerchi di dimostrare a te stesso che non sei da meno degli altri, che non vali di meno, anche quando nessuno te lo chiede. Perché l’autostima è minata, la sensazione di sfiducia è dietro l’angolo e quando puoi, che riesci a vincere o anche solo a pareggiare, in una piccola piccolissima cosa della giornata, avresti solo voglia di dire: “stavolta non hai vinto, allora chi è il più forte?”
Ma proprio perché sei in questa costante situazione di “inferiorità numerica”, per prendere una citazione sportiva, che sai che non ti puoi permettere di prenderti troppe libertà, che la tua missione a volte è solamente cercare un percorso alternativo per raggiungere la tua meta di normalità, il tuo risultato più grande. E purtroppo non è semplice. E purtroppo devi fare sacrifici e privarti a volte anche delle cose più belle, per cercarle in altre forme, in altre emozioni, in altre persone.
Purtroppo innamorarsi e voler vivere a contatto con una persona che ha il tuo stesso problema patologico, la cui vicinanza l’uno all’altra, soprattutto in fase intima, è anche il suo pericolo più grande, quello non credo sia più coraggio. Credo che il coraggio abbia lasciato il passo all’incoscienza.
Credo che a volte caricare a testa bassa sia un errore. A volte il senso di tutto questo è fare un passo indietro. Rinunciare a una cosa bella per cercarne una che è forse più bella, ma sicuramente diversa e meno sofferente per te o per la persona che ami, come in questo caso.
E’ con la morte nel cuore che penso anche che questa scelta sia stata un errore per 4 persone. Perché chi riceve un organo ha la possibilità di avere un altro giro di roulette e se questo vi sembra poco, chiedetelo a quelli che questa possibilità non l’hanno avuta. Ma l’hanno concessa ad altri. Un sacrificio che puoi solo onorare, ma che rischi a volte di cestinarlo, per l’inconsapevolezza o proprio incoscienza di una scelta che ha più aspetti negativi che positivi.
Nessuno ha il diritto di giudicarli, hanno scelto e pagato per le scelte che hanno fatto e hanno lasciato al mondo una bella storia d’amore, forse più utile per un film o per un libro, per far innamorare della vita un adolescente che comincia a conoscere il mondo o un adulto che ha smarrito il senso del voler bene alla vita. Ma non utile per loro stessi, non utile per chi ha fatto loro un dono. Però ripeto, la scelta che hanno fatto l’hanno pagata in prima persona. Adesso riposate in pace. E insieme.

P.S.
Ho letto, su giornali nazionali e blog, che questi ragazzi sono morti per la fibrosi cistica e dare una descrizione sommaria di cosa sia questa patologia.
Capisco le esigenze di pubblicazione, capisco le esigenze di redazione e il bisogno di dare alcune notizie perché i clickbait sono utili per le pubblicità, ma ci sono persone che in questa realtà ci vivono e ciò che è stato scritto è una mezza verità, scritta in maniera anche sensazionalistico e romantico, ma non completamente vero.
Sarebbe come dire che Ayrton Senna è morto per la velocità, che Freddy Mercury è morto perché gay o che Amy Winehouse è morta perché beveva. Non c’è niente di falso. E’ solo tutto sbagliato.colpa-delle-stelle-locandina

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Day 513

SocialBestie

Siamo bestie da social network. Cioè in generale siamo bestie, incapaci il più delle volte di rapportarsi civilmente, nella vita di tutti i giorni, con le persone. Siamo scostanti, presuntuosi, egoisti. Siamo gentili, se ci torna comodo, ma riflettendoci ”a me quello li sta sui coglioni”.
Con l’avvento dei social si è sviluppato poi quel meccanismo, che rende una bestia ancora più stronza. Si è sviluppato l’anonimato. Anzi, neanche l’anonimato, l’invisibilità. Tu sei li perché magari, se sei tra i più coraggiosi, sei presente con nome e cognome, ma in realtà non ci sei. E cosa c’è di più bello di una bestia, incapace di provare la benché minima sensibilità verso chicchessia, di poter sputare giudizi senza incorrere nelle conseguenze?

Ci permettiamo di giudicare, ma non vogliamo essere giudicati. E per questo siamo ipocriti.

Siamo ipocriti quando siamo fascisti, perché offendiamo il ”negro” sempre alle spalle e mai in faccia.
Siamo ipocriti perché io non sono omofobo, perché ho tanti amici gay e pensate: ci parlo pure. Però se cortesemente andate da un’altra parte a baciarvi…..senza rancore eh.
Siamo ipocriti perché siamo cinici e spietati e non abbiamo paura di esprimere un concetto, perché innanzitutto non ha conseguenze e poi perché fa ”figo” fare gli anticonformisti ad esempio sulla morte, non rendendosi conto che siamo la parte più becera e mediocre del conformismo.
Siamo ipocriti perché questa settimana sono successi due fatti di cronaca nera, uno importante, uno di riflessione.
Sono morti un ex Presidente della Repubblica e una Donna.

Siamo ipocriti nei confronti del PdR perché parliamo senza sapere, faccio un giro su Fb e nei commenti dei link che riportano questo fatto, si legge ogni tipo di schifezza:”speriamo bruci all’inferno”,”e uno”,”più sono infami più tardi muoiono”,”dispiace solo che non si sia portato dietro Napolitano” etc etc.
Mi fanno schifo questi commenti perché mancano di rispetto a chi nella sua vita ha provato a scegliere, a metterci la faccia, a cercare di produrre qualcosa di buono per il paese, ma soprattutto e questo deve essere sottolineato, si è preso le responsabilità di fronte a una nazione di intera delle conseguenze delle sue scelte, quanti possono dire di aver fatto lo stesso in vita sua? Come quel verso di quella canzone: ”Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore.”
A quanto pare invece, lo si giudica. Eccome se lo si giudica.

Pochi giorni prima invece è morta una donna, che non si sa per quale motivo, è riuscita a mettere d’accordo un paese intero, con la sua dipartita. Al contrario del personaggio citato prima, questa donna NON ha affrontato le conseguenze delle sue scelte. E’ stata irrispettosa nei confronti di chi le stava vicino, ha tenuto una serie di comportamenti che in una società forse sbagliata, sapeva che non erano accettati. Giusto o sbagliato che sia, non è il momento ora di dirlo, sapeva quali erano le conseguenze delle sue azioni. Ma lo ha fatto. Per 6 volte. E poi? poi è stato difficile gestire la pressione delle proprie azioni. Chiunque abbia giudicato questa donna è indiscutibilmente una merda, senza il minimo dubbio. Ma resta il fatto che consapevole delle proprie scelte, ha preferito scappare piuttosto che affrontare le proprie colpe. Riposa in pace e che il tuo gesto possa servire da lezione, ma perdonami se penso che nei tuoi confronti si sia scatenata una solidarietà ipocrita, di chi prima ti ha giudicato e sfruttato e poi, morso dai sensi di colpa, abbia cercato di lavarsi la coscienza.

Santifichiamo il pavido per affossare chi invece si è mostrato in prima persona.
Solidarizziamo per sgravarsi il peso di dosso di una storia in cui quasi tutti hanno preso parte, per augurare i peggio tormenti a chi (forse) ha sbagliato nelle sue scelte addossandogli una colpa di una situazione del paese e di uno stile di vita che non ci piace. Nessuno però è infallibile. Ma questo tendiamo a scordarcene.
Tendiamo a scordarcene quando conosciamo l’infermiere che ci fa saltare la coda al poliambulatorio.
Tendiamo a scordarcene quando il cugino poliziotto ci leva la multa.
Tendiamo a dimenticarcene quando l’amico riesce a piazzarti in un lavoro che forse non dovresti fare.
Consapevoli che queste piccolissime cose, forse, sono l’origine dei problemi enormi che ci attanagliano. Il classico battito di ali di farfalla che provoca l’uragano dall’altra parte del mondo.
E’ per questa consapevolezza che siamo ipocriti. Ma da bravi ipocriti tendiamo a colpevolizzare qualcuno che forse c’entra il giusto.
“Perché nessuno è infallibile a parte me, ovvio.”

Siamo ipocriti perché non abbiamo rispetto di niente e di nessuno, neanche della morte. Come da tradizione delle bestie.
facebook-fu

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , | Lascia un commento

Day 477

L’errore di una vita.

Negli ultimi giorni, c’è una volontà che mi gira in testa e vorrei aver le qualifiche necessarie per poter compierla. Intervistare Alex Schwazer. Ma neanche intervistarlo, averlo vicino per poter fare lui un paio di domande, anzi forse solo una: “Alex, scusami se ti do del tu, siamo coetanei, ma perché ti sei dopato?”
Si, lo so bene, è una domanda banale e a tratti anche un po’ stupida, ma continuo a chiedermi: perché?
E’ la chiave di tutto, è quello che non capisco e non capirò mai. Se come è vero chi sostiene ciò, ovvero che non ti sei dopato per vincere, allora perché?
Intendiamoci, un motivo ci sarà. E lasciamo stare la favola del “ragazzo che non è in grado di sopportare il peso del proprio talento”, quando uno è in grado di tenere la testa lucida per 50km di marcia e vincere un oro alle olimpiadi, non può essere la fragilità mentale ed emotiva il suo tallone d’achille.
E allora perché?
Questa domanda anche un po’ stupida, come detto, è però matrice di riflessioni e dubbi. E a pensarci bene non è neanche una domanda. E’ un rimorso. E’ un “se si potesse tornare indietro”, perché con quella cazzata, con quella maledetta volta che hai cercato di fare il furbo, li ti sei compromesso per sempre.
Sarai sempre quello che verrà ricordato associato al doping, sarai quello che ha perso tutta la credibilità in un colpo solo, davanti a comitati, tribunali, federazioni, bar, olimpici o meno.
Ho visto il documentario che Repubblica.it ha pubblicato in tua difesa, per il tuo riscatto e mi cresce ancora di più la rabbia, perché saresti stato un atleta fantastico.
Io ti dico la verità: penso anche io che la seconda volta ci siano state cose molto poco chiare, ben oltre la legalità e il principio di sportività che il CIO e che le olimpiadi in generale vogliono trasmettere. Quella farsa legata all’aforisma dell’ormai famigerato barone De Coubertin, perché non ricordo una sola olimpiade dove la politica non l’abbia fatta da padrona sullo sport, perché gli scandali a ridosso della manifestazioni sono sempre da prendere con le molle.
Penso anche io che ci siano sistemi che avresti potuto smantellare con una vittoria. Penso anche io che probabilmente il bersaglio di tanto accanimento sia anche e soprattutto il tuo allenatore.
Però penso che il tuo riscatto sarebbe dovuto passare da altre strade, che non quella dorata di ingresso delle olimpiadi. Penso che probabilmente il tuo doparti ti abbia permesso un accesso alla gara che anni fa non avresti meritato e che forse ha penalizzato altri in favore tuo. Penso che tutti abbiamo diritto a una seconda occasione, ma in alcuni casi non sia giusto che sia grande tanto quanto la prima.
Il tuo percorso di redenzione avrebbe avuto più successo e ti saresti forse fatto meno male con un più basso profilo. A volte da certi errori non si torna indietro, per me, in via del tutto opinabile e quindi in quanto tale contraddicibile in ogni momento, non sarebbe stato giusto nei confronti di chi ha sempre sudato, senza cercare scorciatoie.
La vita però non finisce qui, non si ferma davanti a un’olimpiade e sono sicuro che sarai capace di rialzarti in un altro modo, con tutta la tua forza. Senza 5 cerchi, ma con una tua diversa maturità.
o-SCHWAZER-facebook

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Day 435

Come with me for funny in Dune Buggy

Da giovane, e per certi versi anche un po’ ora, ho sempre avuto una visione piuttosto ugualitaria della vita. Non mi piacciono le discriminazioni, non mi piacciono i favori, non mi piace la prepotenza, non mi piace quando qualcuno non riesce a capire che la vita, per come la guardi, per quanto tu possa girarla e rigirarla, alla fine è sempre una ruota. In qualche modo ti premia quando te lo meriti, in qualche modo ti annega quando meno te lo aspetti, sempre se te lo meriti.
Però in mezzo a tutta questa uguaglianza, qualcosa che ci distingue gli uni dagli altri c’è, è ovvio che ci sia, e spesso questa differenza, questo margine, più che nelle qualità derivanti dal grado sociale, dal luogo di nascita o chissà quale altro parametro, è da ricercarsi nella personalità.
E’ inutile negare che ci siano personaggi più carismatici di altri, che a parità di cose fatte da entrambi, uno spicca di più rispetto all’altro. Ci sono personaggi che quando “se ne vanno” lasciano un vuoto diverso, più di dispiacere che di dolore, perché magari in vita sono stati un punto di riferimento, grazie a una società sempre più globalizzata, di generazioni e di famiglie. Ci sono persone che quando “se ne vanno”, anche quando non le conoscevi, riescono a farti crescere. Ci sono personaggi che “quando se ne vanno”, la terra sembra che per un istante, uno solo, piccolo e interminabile momento, si fermi.
Questa immagine di immobilità mi è arrivata forte e chiara lo scorso lunedì, quando ho appreso della morte di Bud Spencer. E quella sensazione, quel vuoto “diverso”, mi è salito immediatamente. Non so spiegare il perché di tutto questo, se non ricercandolo nella sua presenza scenica, che ti colpisce subito al primo sguardo, che ti fa innamorare di un personaggio e quando poi cerchi di scoprire chi c’è dietro a quel personaggio, leggi la biografia di un uomo che merita solo tanta stima. Ecco il vuoto che avverto è che da questo mondo se n’è andato un dei “good guys”, se ne è andato uno che stimavi, se n’è andata sopratutto una grande personalità.
Rimarrà in eterno il suo personaggio, il suo Bambino in trinità, il suo Bomber, il suo Bulldozer, il suo Ben che io eviterei di far arrabbiare. E riderò come sempre, come fosse la prima volta quando sentirò di come fare per fermare il Maggiore e la banda di Mescal, quando canterò bulldozer, quando risponderò “osvaldo” se mi chiederanno di farmi barba o capelli, quando vedrò qualcuno magrissimo penserò a “poker d’ossi” e quando dirò “Ancora no..” davanti a qualche furbo. Penserò a lui e a quei film carichi di insegnamenti. e risate. E penserò che comunque, anche se non c’è più fisicamente, di sicuro ha lasciato traccia anche della sua vita privata e sono certo che non è passato invano!!

“BRAVO EMILIANO”lo_chiamavano_trinit_terence_hill_e_b_clucher_009_jpg_rvqt-1024x658

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Day 383

Come sarebbe bello dire ”per caso”? Tu credi che ci sia davvero qualcosa che succede per ”caso”?  (Baricco)

Ci sono articoli che vanno letti piano.
Con calma.
Respirando.
Pesando le parole.
E questo perché ci sono situazioni che se non le hai passate non le puoi capire.
Ci sono storie che quando le racconti, non ti credono.
Ci sono storie che quando le racconti, non riesci a spiegarle nella sua profondità. E a dirsela tutta è già un traguardo quando ne scalfisci la superficie.
Ci sono momenti che ti senti contro tutto il mondo. Oppure tutto il mondo a favore, ma non credete che sia un vantaggio.
Ci sono tanti modi di vivere un periodo difficile, ma difficile realmente, il primo è pensare che il destino ti voglia affossare, il secondo è che ti voglia rendere più forte, la forma non cambia, la sostanza si.
Ci sono bufere che capitano solo a chi ha spalle larghe a sufficienza per affrontarle.
Ci sono proiettili che sei in grado di schivare.
Ci sono frecce che non puoi.
Altre non vuoi.
Oggi ho letto di una ragazza, o forse di qualcuno fuori dal comune, di una donna che è stata in grado ad appena un anno oltre la maggiore età, di affrontare non uno, ma un doppio trapianto bi-polmonare.
Questa è una di quelle storie. Una di quelle cose che ti lasciano lì, a minuti interi, lunghi come giornate, a riflettere.
A darti delle spiegazioni, come se esistessero.
Questa è una storia di fragilità. Questa è una storia di una persona che non aveva scelta.
Ma questa è anche, e soprattutto, una storia di una persona che ha scelto.
Questa è una storia di una persona che, guardala bene negli occhi, perché leggerai ed entrerai in uno sguardo che si traduce in una sola parola: invincibile.
Non è invincibile perché ha sconfitto il suo destino, no.
Quelle sono cazzate.
E’ invincibile perché ha capito quando era il momento di fermarsi. Di prendere tutte quelle legnate che doveva prendere. Di sentire il dolore. Quello vero. Quello che non è fisico.
E poi ha capito anche quando era il momento che quelle botte erano finite e toccava a lei, questa volta, darle di santa ragione.
Chi non conosce la fibrosi cistica può provare a immaginarlo.
Può provare a essere solidale e pensa, qualcuno ci riesce anche. Ma è come immaginare di essere sdraiato su una spiaggia caraibica ed esserci davvero. Puoi pensare di capirne le sensazioni fino in fondo, ma non arriverai mai a quella profondità di sensazione o di emozione. Stessa cosa per quella patologia. Soltanto in negativo.
Leggete la storia di questa ragazza e prendetela a esempio. Non cercate di afferrarne il senso, perché non ha senso tutto questo. Non può averlo in una ragazza di neanche vent’anni.
Ma le ha dato un senso lei.
A volte nella vita basta soltanto restare in piedi e ti dirò, forse non lo immaginerai mai, ma credimi quando ti dico che è la cosa più difficile del mondo.
E’ tutta lì, forse, la vita. Vincere la voglia di andare giù, restare lì. Anche a farsi colpire.
Ma restare lì. Anche farsi colpire forte. Ma restare lì.
Te lo dice una Donna di 19 anni. Te lo dicono queste storie.

Doppio retrapianto di polmone al policlinico di Siena
6271970-lungs-healthy

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento